Artists: Vinicio Capossela discography
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CGD EAST WEST
Produzione RENZO FANTINI


1. Il ballo di San Vito 2.Morna 3.La notte se ne è andata 4.Le case 5.Il corvo torvo 6.Al veglione 7.Body guard 8.L'affondamento del Cinastic 9.S'agapò 10.Contrada Chiavicone 11.L'accolita dei rancorosi 12.Pioggia di Novembre 13.Tanco del Murazzo

IL BALLO
DI SAN VITO
"Sulla pietra che rotola non si ferma il muschio"

Chi ha il ballo di San Vito non può stare fermo e si muove per la penisola come un rabdomante senza tregua e senza requia e trova luoghi e assenze, desiderio d'altrove e fuoco immediato della strada e di Essere, sempre in ritardo per qualche cosa, afferra vorace e deraglia.

Sempre inseguito dalla magia, che si nasconde ovunque e a volte ci sorpassa addirittura. Non è una strada questa dove c'è spazio e sufficienza per perdersi. E' strada affollata dove si fatica a trovare spazio per il parcheggio, assiepata di vapori e di volti e di cose afferrate nella loro bruciante pienezza, ardore d'amicizia, dove gli amici non sono quelli con cui ricordare, ma quelli con cui fare adesso, stanotte.

Le strade sono statali fangose, lamieroni, capannoni luminosi forni di musica e di luci e locali dove è meglio avere una body guard, dove la birra si ordina piccola che così non si scalda, tra compari dai nervi asciugati che russano come trattori.

Bisognerebbe disporre di ubiquità per potere dedicare una sola vita a qualcuno e non una decina quante ci vorrebbero, così le case, se ci sono, sono luoghi a cui non si torna, che tacciono negli addii, separazioni e cartoni.

Fuori, fuori è promisquità e contatto, bagni pubblici e alberghi modello Gibbuti Inn e ristoranti anni '70 con infissi di alluminio, e ragazze di quartiere a cui non si può affidare il sogno e la confidenza. Come un corvo si gira, anzi ci si aggira nelle strade solcate di binari come panforte, sporche di cicche.

La promisquità è volgare ed è il prezzo che si paga aspettando la perla ma per raccontarla la strada bisogna camminarla. E quanti sono disposti a farlo veramente?

Sì, è un disco sull'ubiquità e sui luoghi e io l'ho scritto e realizzato senza una casa, con molte case a disposizione. Molte anime inquiete conosco sparse nel paese, treni lividi di partenza. Tempo perso e tempo guadagnato.

Si dice che il pizzicato dalla tarantola possa trovare requie solo nel movimento continuo.

Prima di omologare il territorio il paese appare variegato, e soprattutto è questo paese guidando automobili come un ragno nella tela mentre la strada si apre e si rivolta come un uncino.

Dalla punta disseccata e rossa delle terre d'Otranto al fango giallo del Po sotto il ponte del Murazzo di Torino periferie, inferni, accolite di rancorosi che sono loro a trovare te, non tu loro. Posti che non compaiono sulla cartina. La contrada Chiavicone, frequentata da gente che si chiama Disastro, Musso e Cavallaro che si trova da Benzina, titolare del distributore. Lì ho piazzato un vecchio piano Fender tra i trapani e le seghe circolari del costruttore di rottami stilizzati per interni Rastafaro. Ed ho cercato parole che possano crepitare in bocca.

Un disco finito è come un circo in cui il primo numero non può fare a meno dell'ultimo, né il pagliaccio può fare a meno dell'acrobata. La scommessa è grande ed è per questo che la perderemo.
Forse.

Vinicio Capossela

Quarto lavoro per Vinicio Capossela che si conferma con quest'opera uno dei più interessanti autori italiani.
Dodici le canzoni che compongono questo album dal titolo
IL BALLO DI SAN VITO.
E già nella denominazione riecheggia l'inquietudine e la voglia di muoversi di chi è perennemente alla ricerca di un luogo.
Dodici canzoni e frammenti che compongono un'opera compiuta in cui si avverte un'intima coesione di insieme nel concepimento, nella scelta e nella realizzazione dei brani.
La forza poetica di Capossela dà voce a luoghi non immaginati, ma spesso a noi molto vicini e forse per questo più difficili da descrivere.
Il brano di esordio che dà il titolo all'album ha un sapore italico-tribale che inebria per la sua forza ritmica, sanguigna, quasi punk, assolutamente slegata dai canoni usuali di canzone.
Se gli americani conoscono la filosofia della "pietra che rotola", noi italici - e nessuno lo aveva pensato prima - possiamo rispondere con la tarantola o con gli indemoniati, posseduti da una forza maligna che li fa muovere perennemente, come metafora dell'esistenza stessa.
Non solo, nelle canzoni di Vinicio ritroviamo anche luoghi dell'infanzia. Bellissima la visione con gli occhi di una adolescente di una festa paesana, in "Al veglione", arricchita, quasi come in un film di Fellini o di Kusturica, di suoni, di sapori e di immagini femminili che rasentano il sogno. Per un attimo, per un breve attimo, la vita è rappresentata come una fotografia.
Ancora più lirica è l'immagine di Milano, ritratta in "La pioggia di novembre", un brano che si avvicina al capolavoro. Se "Al veglione" è un film a colori, la Milano novembrina è un cortometraggio in bianco e nero, e pare di vederla la pioggia che cade lentamente sulla città, sui suoi abitanti, e sui loro pensieri. E pare quasi di percepirne il profumo mentre la luce gialla dei lampioni cittadini, la luminosità spettrale dei tram, il selciato bagnato e riflettente entrano nel cuore, evocando così immagini che rimangono nella memoria.
Il viaggio non termina qui: l'hinterland milanese, la provincia emiliana, l'intimità perduta delle "Case", tutto è descritto con sentimento e passione, non deviando dall'autobiografia in stile 'cool' nella trascinante "Body-guard".
Si passa per "L'affondamento del Cinastic", sghemba costruzione pittorica, "Il corvo", rag-time di quartiere, anzi, di "Barrio", gli echi di Capoverde della "Morna", "La notte se ne è andata", elettrico road-movie, il febbricitante scioglilingua di "Contrada Chiavicone", la marcia zoccolante de "L'accolita dei rancorosi" fino al "Tanco del Murazzo", brano conclusivo dai colori intensi e tragici. E' un finale livido e allucinato, mentre scorrono ipotetici titoli di coda.
Al solito, Vinicio ama disorientare l'ascoltatore: se alcuni brani sembrano finemente ironici, altri sono ricchi di drammaticità. Ma anche nei bozzetti allegri, come spesso accede ai grandi scrittori, un retrogusto amaro rimane nelle immagini evocate.
Una particolarità che amo ricordare nelle canzoni di Capossela è la scelta accurata dei vocaboli usati, terminologie che spaziano dal gergo giovanilista allo slang anni '50 (Il lamierone), caro agli scrittori hard-boiled dai termini ricchi di fascino (Il Gibbuti Inn). L'amore insomma per la parola, per il suono della parola, che non solo definisce un oggetto o una persona, ma ne caratterizza l'ambiente, l'epoca, la personalità.
Vinicio per la prima volta 'firma' la produzione artistica di un suo album e fa convergere nel
Ballo una pluralità di personalità di diverse estrazioni. In sala di incisione ritroviamo grandi musicisti quali lo spigoloso chitarrista Marc Ribot, il pianista Evan Lurie, anch'egli attratto dai tanghi argentini e dai ritmi mediterranei, il contrabbassista Ares Tavolazzi, un bravissimo Luciano Titi agli strumenti a mantice, oltre ai noti compagni di strada Enrico Lazzarini, Ellade Bandini e Giancarlo Bianchetti. Incisivo l'apporto dei fiati: ottoni, claroni, ance sono usati in maniera ora essenziale, ora di forsennata sarabanda. Infine tra gli ospiti fanno capolino, e non è un caso, alcuni musicisti della nuova scena italiana come i "La Crus", Cato Senatore e Davide Graziano degli "Africa Unite" e Carlo Rossi al mixer, già produttore dei "Mao Mao".
Si viaggia in piedi tra suoni e rumori, fiati in corsa, vetture balcaniche, cristalli in frantumi, chitarre viola, scenografie urbane, anitre mute.
Tra aree di ispirazione diverse fortemente metabolizzate dall'autore.
IL BALLO DI SAN VITO è un'opera che restituisce magia, che ammala e contamina, e testimonia la maturità musicale e poetica di un artista che ha saputo negli anni, con solo tre album alle spalle, creare un suono particolare, inconfondibile, un linguaggio che lo pone tra i più preparati ed originali del panorama italiano.
Buon ascolto quindi.

Guido Giazzi