Artprints

RAZMATAZ è un vecchio sogno che coltivo da trent’anni, figlio dei miei vizi capitali che sono la musica e la pittura e figlio del mio insistente desiderio di mettere il naso nel gusto e nello spirito degli amati anni venti, culla delle avanguardie estetiche del novecento, là dove qualsiasi idea di “modernità” deve per forza recarsi in adorante pellegrinaggio.

Il 20° secolo ha avuto il suo splendore artistico nel suo secondo decennio con una forza rivoluzionaria che mai più in seguito si riuscirà a riscontrare: l’invenzione del cinema, l’invenzione della musica jazz e dell’atonalismo, i movimenti d’avanguardia pittorica, dal cubismo al da-da, al futurismo…..Tutta una serie di invenzioni che possono far impallidire qualsiasi iniziativa storicamente successiva.

E’ una mia idea fissa, che il passare del tempo non fa che confermarmi senza alcuna smentita.

RAZMATAZ è, in forma di racconto, la celebrazione dell’incontro della vecchia Europa con la giovane musica nera. E questo incontro avviene nella città più adatta a farne mediazione e testimonianza: Parigi.

L’Europa, forse un po’ stanca dei suoi miti storici e cittadini, avverte che in America si sta inventando roba nuova. C’è in giro per l’Europa, un vibrante desiderio di esotismo, un culto per la negritudine, la scoperta dell’arte povera e primitiva, e, infine la voglia di pesare i propri valori estetici sulla bilancia di New York, di prendere lezioni americane.

Nella storia qui raccontata, questa Europa è rappresentata da personaggi più o meno emblematici: la borghesia ricca, l’artista espressionista di Berlino, il viveur italiano, il grande stilista di moda parigino, lo sportivo inglese, la scrittrice di romanzi del mistero……..

L’America è rappresentata da una compagnia di musical nero che si deve esibire a Parigi.

Non sto a svelare l’intreccio: è in questo lavoro audiovisivo il compito di “raccontarlo” al pubblico.

La spiegazione del progetto deve partire da un esordio che può sembrare provocatorio, anche se non lo è: facciamo finta che il cinema non sia ancora stato inventato. Ecco, in parole poverissime: potrebbe sembrare uno sceneggiato radiofonico illustrato, oppure, al contrario, uno storyboard sonorizzato.

Infatti il lavoro, al pubblico, offre mischiate insieme le seguenti tecniche: una voce narrante, dialoghi e monologhi dei personaggi, musica live, musica di background, umoristica ed illustrazioni in grande abbondanza. Più in particolare:

  1. musica live: intendiamo tuta la musica che, nella vicenda, promana da una fonte visibile (musicisti che suonano, cantanti che si esibiscono in un dehors, mendicanti per la strada, fonografo in funzione, ecc.ecc.). Le composizioni musicali di questa serie, contro ogni logica del musical correntemente inteso, sono in quantità enorme (20 titoli) e comprendono musiche all’americana, canzoni alla francese (dal valzer Musette allo stile Vaudeville, alla Giava diavolesca). Musica lirica di stampo italiano, una suite sinfonica nel gusto che in America sta a cavallo tra ottocento e novecento, danza spagnola, ecc.ecc.
  2. musica di background: (cioè di sottofondo o di commento) comprende 10 composizioni strumentali.
  3. La voce narrante: è esposta in cinque lingue, francese, italiano, inglese, tedesco, spagnolo e racconta la trama della vicenda per brevi passi, soffermandosi ogni tanto a commentare più diffusamente il sapore di certe scene.
  4. I dialoghi e i monologhi: sono le voci dei personaggi della storia esposte secondo il seguente criterio: ogni personaggio si esprime nella lingua che nella vicenda parla abitualmente (francese per tutti gli europei, compresi i personaggi tedeschi e inglesi residenti a Parigi, questi ultimi mantenendo ben pronunciato l’accento d’origine. Inglese invece per gli artisti arrivati dall’America. Provvederanno i sottotitoli a risolvere i problemi di traduzione didascalica.
  5. La rumoristica: è usata con gusto cinematografico e con molta parsimonia per lasciare alla musica tutto lo spazio sonoro di cui necessita.
  6. Le illustrazioni: si tratta di circa 1800 tavole eseguite con le tecniche più varie (matita, gouache, pastelli ad olio, inchiostri). Esse raccontano la trama della vicenda che si svolge e allo stesso tempo hanno il compito di fissar le atmosfere di ogni scena (pertanto non si cerchi la somiglianza dei volti nelle varie sequenze, anzi di volta in volta i personaggi sono stati “cercati” dal disegno e dal colore per tirarne fuori la tipologia etnica oppure l’espressione della sottostante recitazione).

La coesistenza di tutti questi linguaggi è sembrata, fin dalle prove iniziali, una coesistenza pacifica, addirittura amichevole. E’ chiaro, non c’è movimento, le immagini (talvolta messe in evidenza con tagli, panoramiche carrellate e zooms) possono essere guardate più che altro come quadri di una esposizione, la voce narrante le aiuta commentandole e qualche volta offrendo loro un po’ di “letterarietà”, i dialoghi le caricano di un timbro adulto e realistico. Ma alla fine è la musica che la fa da padrona e assorbe in sé (anche attraverso i testi delle canzoni) tutto il gusto generale che il lavoro propone.

E’ dunque un progetto che non vuole mai considerarsi definitivo, ma, anzi desidera continuamente “spiegarsi”, fantasma di un cinema che non è, ma potrebbe, forse vorrebbe, essere.

Il cinema dunque è lontano, sì, ma più vicina è magari la letteratura, più vicina la lettura dei tralicci su cui si appoggia la sceneggiatura e la possibilità di immaginare da parte del pubblico con libertà massima è sempre e comunque a portata di mano.

RAZMATAZ is a project I’ve been dreaming of for thirty years, a child of those mortal sins of mine, painting and music. A child, too, of my untiring fascination with the spirit of the 1920s, cradle of the artistic avant-gardes of the twentieth century, the place where any idea of “modernity” is obliged to return in humble pilgrimage.

The Twentieth century had its moment of artistic splendour in its third decade, when it found a revolutionary fervour that it was never to find again: a ferment of cinema, jazz and atonal music, modern painting from cubism to da-da to futurism… A period of such continual innovation that later periods couldn’t hope to compete with it.

Call it a pet project, idée fixe or bee in the bonnet, if you like – but with the passing of time more and more convinced that I have to create something around this significant historical moment.

RAZMATAZ is a story about the meeting between old Europe and young black music. And the meeting takes place in the city that produces the most resonance to that event: Paris.

Europe, perhaps a little tired of its tamed and twice-told myths, wakes up to the fact that something new is being invented in America. The Continent finds vibrancy and excitement in everything exotic, discovers Negritude, primitive art, wants to weigh its values on New York scales, wants to take American lessons.

This Europe on the cusp of change is represented in the story by a series of symbolic characters: the rich bourgeois lady, the expressionist artist from Berlin, the  Italian man-of-the-world, the Parisian haute-couturier, the sporty Englishwoman, the lady detective-story writer…

America, for its part, is represented by the troupe of a Black musical just arrived in Paris.

But I won’t go through the plot, since this is already done on the CD-ROM.

An important premise of the work might seem a bit provocative, though perhaps not: we have to pretend that cinema hasn’t yet been invented. In other words, the work should be taken as an illustrated radio serial, or alternatively as a storyboard with a sound-track.

The work in its finished form involves a mixture of the following techniques: narrative voice, dialogues and monologues, live music, sound effects, and many illustrations.

a) live music: all the music that comes from a visible source (musicians playing, café singers, street beggars, gramophones turning etc. etc.). The musical compositions here, in contrast to the  conventions of the musical, are numerous (20 numbers) and various: American music, French chansons (from a bal-musette waltz to Vaudeville to demon Java tunes), Italian-style operatic airs, a symphonic suite in the American style from the turn of the century, Spanish dances etc. etc.

b) background music:  10 musical compositions, which occasionally also comment on the action.

c) narrative voice: in a mixture of five languages (French, Italian, English, German and Spanish) supplying brief indications of the sequence of events and occasionally commenting on the ambiance of the scene.

d) dialogues and monologues: the voices of the characters, every character using his or her own language: French for all the Europeans, including the Germans and English living in Paris (the latter retaining a marked English accent), English for all the artists just arrived from America. Translations are provided by subtitles.

e) sound effects: inspired by film sound-tracks, but used sparingly in order to give as much space as possible to the music.

f) illustrations: about 1,800 sheets in a variety of techniques (pencil, gouache, oil pastels, ink) carry the narrative line and also reflect atmospheres (don’t try to find a similarity between the faces in different sequences – line and colour have been given the freedom to bring out ethnic characteristics or to express the interaction).

 

The coexistence of these separate languages came quite naturally right from the first trials. Obviously the images don’t move (though there are cuts, pans, tracking shots and zooms) and should be viewed perhaps more like pictures at an exhibition. The narrative voice comments on the images and occasionally adds a dash of literary quality, while the dialogues have a contrasting directness and realism. But it’s the music that really carries everything else and absorbs (in melodies and lyrics) all the atmospheres that are created.

The project doesn’t inspire to be highly finished, but is a voice trying to explain itself, the ghost of a cinema that doesn’t yet exist but perhaps wishes to be born.

Cinema, then, is a distant echo – perhaps we’re closer to literature, to a story that allows the listener to go further in the imagination, an open work for all to complete.

“Le opere qui presentate fanno parte di un vecchio sogno che coltivo da trent’anni, figlio dei miei vizi capitali, che sono la musica e la pittura, e figlio del mio insistente desiderio di mettere il naso nel gusto e nello spirito degli amati anni Venti, culla delle avanguardie estetiche del novecento, là dove qualsiasi idea di “modernità” deve per forza recarsi in adorante pellegrinaggio.

Il ventesimo secolo ha avuto il suo splendore artistico nel suo secondo decennio con una forza rivoluzionaria che mai più in seguito si riuscirà a riscontrare: l’invenzione del cinema, l’invenzione della musica jazz e dell’atonalismo, i movimenti d’avanguardia pittorica, dal cubismo al dada, al futurismo…

Tutta una serie di invenzioni che possono far impallidire qualsiasi iniziativa storicamente successiva. È una mia idea fissa, che il passare del tempo non fa che confermarmi senza alcuna smentita.”

PAOLO CONTE

Le edizioni sono state realizzate con pelicole a selezione manuale e stampate in serigrafia, utilizzando fino a quindici colori, su carta d’arte Fabriano Rosaspina da 285 gr. presso la Stamperia d’Arte Squadro di Bologna.
Ogni soggetto è stato tirato in cento esemplari in numeri arabi e venti in numeri romani, ciascuno numerato e firmato dall’artista nel mese di febbraio 2001.

“The art prints here presented are part of a project I’ve been dreaming of for thirty years, a child of those mortal sins of mine, painting and music. A child, too, of my untiring fascination with the spirit of the 1920s, cradle of the artistic avant-gardes of the twentieth century, the place where any idea of ‘modernity’ is obliged to return in humble pilgrimage. The Twentieth century had its moment of artistic splendour in its second decade, when it found a revolutionary fervour that it was never to find again: a ferment of cinema, jazz and atonal music, modern painting from cubism to dada to futurism. A period of such continual innovation that later periods couldn’t hope to compete with it. It’s a pet idea of mine, but with the passing of time I am more and more convinced that it was indeed a special period of human creativity.”

PAOLO CONTE

The editions were created and reproduced with films chosen by hand and silk-screen printed using up to fifteen colours, on Fabriano Rosaspina 285 gr. art paper at the artwork printers Squadro in Bologna. One hundred copies of each edition were printed in Arabic numerals and twenty in Roman numerals, each one numbered and signed by the artist in February 2001. The edition of “Two Expressions of Mariam” was created with films chosen by hand and silk-screen printed using three colours, on Fabriano 5 300 gr. art paper at the artwork printers Squadro in Bologna. One hundred and eighty copies were printed in Arabic numerals and twenty in Roman numerals, each one coloured by hand, numbered and signed by the artist in February 2001.

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